Articolo su Ritualità della Morte

Ieri sul quotidiano La Nuova Sardegna è stato pubblicato un articolo che parla del mio secondo libro, Ritualità della Morte in Barbagia.

Spero che riusciate a leggerlo, anche se è scritto in piccolo!
Se invece le vostre retine non ce la fanno proprio, scaricate il file jpeg e ingranditelo usando il programma di visualizzazione di immagini del vostro pc o mac.

Buona lettura!

E’ uscito Ritualità della Morte in Barbagia!

Credevate che vi lasciassi sotto l’ombrellone senza un altro saggio tutto da leggere? Come avrei potuto mai?! No, ovviamente.

E’ arrivato ieri, fresco fresco di stampa Ritualità della Morte in Barbagia, un affresco sui riti funebri della mia amata terra.
No, non è noioso e sì, anche qui ho condito le mie interessanti argomentazioni con interviste e battute divertenti degli intervistati.

Cosa è cambiato del rito funebre ai giorni nostri?
Cosa si nasconde dietro l’arcana tradizione dei fieri sardi, che continuano a celebrare la morte con ritualità plurisecolari?
Esiste e agisce ancora s’Accabadora, la donna che uccideva i moribondi?
Chi sono le Panas?

Dunque venghino venghino, siori e siore! Il il libro è distribuito in tutta la Sardegna (e non solo) ed è presente nelle librerie online.
Trovate maggiori info sul sito e sulla pagina Facebook di Zenìa Editrice… oppure chiedete alla sottoscritta: sarò molto felice di riempirvi di ciance!

L’influenza araba nella commedia dantesca su I Misteri di Hera

Il numero monografico di aprile de I Misteri di Hera è dedicato a Dante Alighieri, il Sommo Poeta italiano.

E dopo tutti i magoni che mi ha fatto passare Dante al liceo potevo non metterci il mio zampino?

L’influenza araba nella commedia dantesca è un articolo che ho scritto grazie al prezioso suggerimento del mio uomo: ma è vero che Dante ha copiato dagli arabi? Ho fatto un po’ di ricerche, e la risposta è tanto soprendente quando affascinante.

Buona lettura a tutti quelli che si fionderanno a pagina 78!

S’Accabadora, azioni e rituali di una mitica figura.

gallery_15911_4_144~_markedNell’ambito dello studio dei riti funebri del nuorese, una delle figure ancora circondata dall’alone del mistero è quella de s’accabadora, una donna incaricata di porre fine alle sofferenze dei malati agonizzanti, uccidendoli.

Su questa donna si è tanto parlato e scritto, ma non vi sono concrete testimonianze della sua reale esistenza e del suo modus operandi: infatti, sembra che usasse un cuscino per soffocare i moribondi, oppure una mazzocca, una sorta di martelletto in legno, e che nessuno l’abbia mai vista agire con i propri occhi.
Moltissime leggende sono legate all’accabadora, che popola i racconti di numerosi avventurieri e studiosi, italiani e stranieri; in particolare, gli inglesi hanno costruito intorno a questa figura e ad altre usanze simili un’idea distorta della cultura sarda, dipingendola come rozza, trucida e barbara.
Sbugiardando queste teorie e correggendo inesattezze socioculturali, scopriamo come s’accabadora sia parte del patrimonio mitico dei costumi sardi, fluttuando tra sciamanesimo, magia, paganità ed alta perizia di alcune donne particolari, che nei paesi godevano di grande prestigio e stima per le loro virtù di curatrici ed ostetriche.

E così, come nella più squisita tradizione euro-mediterranea, la donna si ritaglia un ruolo di assoluto interesse nelle comunità a lignaggio prevalentemente maschile, nella quale era protagonista degli eventi più delicati della vita umana, dalla nascita fino alla morte. S’accabadora fa parte del retaggio popolare nel quale la donna magica non è considerata come una strega da inquisire e porre al rogo, ma al contrario una importante risorsa sociale da ricompensare secondo i dettami socio-economici preponderanti nelle società rurali.

Decretare l’effettiva esistenza o meno delle accabadoras nei centri isolani è una sfida per tutti gli etnologi ed appassionati di tradizioni perdute: alcune ipotesi confermano che le influenze coloniali avessero portato in Sardegna costumi affini a quello dell’accabadura, mentre la corrente ottocentesca, se da una parte istituisce la tendenza di creare tradizioni inventate, allo stesso tempo annulla con prove convincenti la possibilità che le accabadoras fossero state attive in epoca storica.
Chiamare s’accabadora al capezzale del moribondo costituiva la extrema ratio per mettere fine alle pene del poveretto; cercare di porre chiarezza sulla donna portatrice di morte ci permette quindi di aprire una finestra sull’insieme dei rituali legati al trapasso, carichi di forti componenti superstiziose fuse con la religiosità in una maniera assolutamente affascinante, riportandoci alla dimensione dell’antropologia della contemporaneità che ci rende protagonisti delle tradizioni del passato.

Questo è l’abstract che riguarda l’argomento che ho presentato lo scorso primo novembre al convegno Ichnusa Viaggio nel Passato, organizzato a Decimomannu da Apat Sardegna e Promo Sardegna, con la collaborazione dell’associazione culturale Athenaium 2000.

Sono inoltre intervenuti: Graziella Cuga e Anna Lisa Cuccui, che hanno spiegato chi sono le Fizzas de Luna; Mikkelj  Tzoroddu ha spiegato perchè i Fenici non sono mai esistiti, Giovaanni Cannella ha parlato delle pietre ciclopiche, mentre Pierluigi Montalbano ha concluso parlando della navigazione durante l’eta del Bronzo.

Se volete – e non ve ne pentirete – scaricate gli abstract in formato pdf dal sito della casa editrice Zenìa, che pubblicherà presto le memorie del convegno.

Convegno Ichnusa a Decimomannu

Il prossimo primo novembre presenzierò come relatrice al convegno Ichnusa, Viaggio nel Passato organizzato dall’Apat Sardegna in collaborazione con l’associazione culturale Athenaium 2000 e il comnune di Decimomannu (CA).

Giunto alla quinta edizione, il convegno – che ogni anno sceglie una location diversa della nostra splendida isola – tratterà tematiche legate alla Sardegna archeologica, alle tradizioni e ai riti popolari.

Oltre me, interverrà anche la mia collega e amica Anna Lisa Cuccui, che presenterà il libro scritto con la madre, S’arremediu antigu.
Il mio intervento si concentrerà sulla figura nebulosa de s’Accabadora, come anticipazione del mio secondo libro di prossima uscita.

Per gli interessati, il convegno inizierà alle ore 15.30 presso il Centro Sociale di Deciomannu.

Intollerante

A grande richiesta, pubblico con somma gioia un mio pezzo che ha fatto furore un po’ in ritardo, ma la cosa mi soddisfa anche di più, se vogliamo. Trovate la versione originale in inglese (da immigrato) qui.


Non sopporto che le cose ingarbugliate degli altri.
Non sopporto la polvere.
Non sopporto la forchetta che raschia sui denti, quando esce dalla bocca.
Non sopporto il casino degli altri.
A volte non sopporto neanche il casino che metto io.
Non sopporto il trucco esagerato.
Non sopporto i commenti estetici su chiunque.
Non sopporto la goffaggine.
Non sopporto chi mette lo zucchero nel mio caffè senza chiedermelo, dato che non sopporto lo zucchero.
Non sopporto i piedi della gente.
Non sopporto il lavoro di squadra organizzato male.
Non sopporto le distanze, anche quelle non concrete.
Non sopporto i silenzi protratti.
A volte non sopporto gli stronzi, soprattutto quando fanno gli stronzi.
Non sopporto i pastelli non ben appuntiti, perchè scrivono in una maniera orribile.
Non sopporto il floyd rose della mia chitarra.
Non sopporto le batterie dei cellulari.
Non sopporto il sugo inacidito.
Non sopporto le allergie.
Non sopporto le scadenze per delle futilità che sembrano di vitale importanza.
Non sopporto la televisione.
Non sopporto la vasca da bagno otturata, con l’acqua che ristagna per quarti di ore.
Non sopporto quelli a cui devi solamente tenere compagnia. E nient’altro.
Non sopporto la gente ingrata.
Non sopporto la non conoscenza.
Non sopporto le mie unghie.
Non sopporto il caldo d’inverno e il freddo d’estate.

Oggi non sopporto manco me stessa, figurarsi se sopporto qualcos’altro nella lista.

E’ uscito The Live Side of Rock!

Dopo un anno di editing del testo, aggiunte ponderate, nuove foto e lotte per preservare gli amati punti e virgola dall’avvento delle virgole, arriva fresco di stampa The Live Side of Rock, il mio primo libro.

Amanti del rock, appassionati dei concerti, divoratori di saggi o semplici curiosi non potete perdere questa (semi) fatica letteraria firmata me!

Vi porterò nel cuore dei concerti rock e metal, accompagandovi nel suo divenire, dall’acquisto del biglietto al maliconico dopo concerto.
Scoprirete il mondo rituale, sacro e profano della musica dal vivo, vissuta diversamente a seconda della natura del concerto stesso. Il punto di vista del pubblico si incontra con quello della star-sciamano, con risultati incredibili.

Curiosi? E allora che aspettate ad acquistarlo? Lo trovate in tutte le migliori librerie (ma potete tranquillamente ordinarlo dal vosto libraio di fiducia!) e nelle principali librerie online.

Se poi ne volete sapere ancora di più, non vi resta che contattarmi!

Antropologia di uno zerbino.

Da quando sono a Roma ho cambiato ben quattro case, ed ognuna di loro aveva un tappetino all’entrata dove pulirsi i piedi prima di varcare la soglia.
Gesto di igiene, sintomo di pulizia, o arcano segno rituale, in ogni casa che si rispetti vi è uno zerbino ai piedi della porta principale (e non solo) ad accogliere chiunque vi passi del tempo dentro.

Quattro case romane, quattro tappetini romani diversi, la cui forma, spessore o colore a volte cambiava, a volte somigliava, tanto che non mi ricordo le loro particolarità. Forse non sono mai stata attenta e non mi sono mai soffermata a pensare a quanto questo oggetto potesse essere prezioso e simbolico? Forse.

All’interno dello zerbino c’è una grande carica emotiva, un fortissimo senso di appartenenza radicato e legato a doppio filo con l’idea della casa stessa.
Non è strano, dopo tutte queste premesse, che ho avvertito una leggera ma pungente sensazione di spaesamento e di inadeguatezza quando mia madre ha sostituito il logoro, sottile, sbiadito e vecchissimo zerbino, al cui posto è stato messo un bellissimo tappetino alto, dai colori chiari, morbido ed accogliente.

Ed infatti la prima informazione che i miei piedi mi hanno dato, pulendosi su di lui prima di entrare in casa, è stata quella: un caldo e morbido abbraccio prima di varcare la soglia, una specie di premio per aver educatamente pensato alla salute delle candide mattonelle del pavimento di casa.

Però, dopo un paio di giorni, mentre mi avvicinavo alla porta con le chiavi in mano, non ho potuto non notare che mancava quella macchietta sgangherata ad aspettare le mie anch’esse sgangherate scarpe da ginnastica; come se mi mancasse il vecchio zerbino. Magari non è propriamente così, però mi faceva strano attarversare la porta di casa senza lo zerbino vecchio.

Non ho – appunto- mai fatto caso allo zerbino delle mie case romane perchè non le ho mai considerate come “casa”, nel senso antropologico della parola. Forse il piccolo trauma subìto da me è solo dato da una prima esperienza (lol), ma sono sicura che anche mia sorella ha avvertito questo piccolo disagio.

E non siamo pazze! E se lo siamo, beh, pazienza; a me manca il vecchio zerbino. E’ come se la casa dove sono cresciuta avesse perso un pezzettino di quella che era, come se fosse un po’ di meno casa mia, ancora una volta, come ogni volta che torno a casa e trovo mobili e disposizioni degli oggetti diversi.

Certe cose non cambiano mai, ma questi segnali mostrano che è davvero così, che quella casa è e sarà sempre la mia casa, ma lo sarà sempre di più un pochino di meno, piano piano, senza dolore. E’ normale, e fisiologico, ma come i genitori non accettano spesso che i propri figli crescano, io amo così tanto la mia casa che non accetto facilmente l’idea che la mia futura casa non avrà mai alcune cose che ho lasciato in quella natale, o che – magari – si sono perse, tranne che nei nostri ricordi.<!– –>

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