Song settings for a bass player

Chi scriveva che un copy deve cavarsela bene anche con la grafica, aveva ragione.
Arriva quel momento che – ti piaccia o no – le parole devono stare bene in un ambiente che… te lo devi fare tu.
E peggio ancora, arriva quel momento che le parole non servono.

Ed ecco che mi sono trovata a costruire uno schema, molto semplice e facile da fotocopiare, dell’attuale corredo elettronico di un bassista. Un bassista a caso, ovviamente, quello più pignolo e autorevole che conosca (ma paradossalmente, è anche il più adorabile).
La mia opera d’arte consiste in un A4 b/n con la stilizzazione di testata preamp e quattro pedali. Ogni controllo degli apparecchi è simboleggiato da un cerchietto, come se fossero le reali manopole.
In questo modo, il musicista ha una valida struttura alla mano che rappresenta tutto il suo armamentario elettronico, dove può appuntare con la matita di volta in volta le impostazioni per ogni canzone.
Uno strumento utile se un professionista deve cambiare settaggi sonori per ogni brano, e magari si trova a registrare o ad eseguire in studio o dal vivo un numero importante di canzoni. D’altronde, lo sappiamo tutti, che i musicisti sono sbadati e sempre distratti, per cui ricordarsi già 5 impostazioni diverse è per loro un po’ come essere affetti dalla sindrome di Asperger.

Insomma, cari musicisti in lettura, sappiate che da ora in poi posso aiutare anche voi, razionalizzando e semplificando il vostro lavoro quotidiano!

Scoop e rugby: anche io ho fatto meta!

Scrivere credo che sia la cosa più bella del mondo, insieme a correre.
E quando alla passione e al piacere si affiancano le soddisfazioni e gli attestati di stima dei colleghi e amici, ti chiedi quali altre cose splendide ti possa regalare il mondo della penna (e della tastiera).

La bella news stavolta è arrivata da Rugby 1823: il mio pezzo sui biglietti falsi per il mondiale ovale della Nuova Zelanda – datato 25 gennaio – si è rivelato uno scoop. Infatti solo oggi, 7 febbraio, le agenzie di stampa italiane hanno battuto la notizia.

Insomma, ho dato una pista di 13 giorni ai giornali dello stivale!

Per questo, devo un grande ringraziamento a Duccio Fumero, che mi ospita spesso sul suo blog di informazione e mi dà la possibilità di mettere nel mio baule dei tesori un’altra gratificazione… Grazie!

L’antica arte dello Shu

La ricerca di nuove soluzioni armoniche e gli esperimenti sonori sono da sempre elementi chiave nella carta d’identità di Leonardo Barilaro, giovane musicista con al suo attivo altri due album, Nugae e Hagakure più il mini EP Ejecta; nel suo ultimo lavoro, Shu, le caratteristiche peculiari della musica del pianista veneto si esprimono nella loro piena maturità stilistica.

Shu Bracelet. Photo by Mirra Venturi

L’ideogramma Shu nell’antica Cina veniva usato per esprimere arte, mistero e processo, e proprio in quest’ordine la musica di Leonardo Barilaro si declina, con tratti immaginifici e originali.

Come i precedenti lavori, la produzione di Shu si caratterizza per non essere una musica propriamente da iPod: come la colonna sonora di un horror alla Dario Argento, i momenti di calma apparente e di tensione ritmica si alternano incessanti; le placide atmosfere divengono gap sonori, in un inseguirsi di soluzioni estemporanee.

A simboleggiare la natura universale del linguaggio sonoro, l’introspezione di Leonardo in questo full lenght di 34 minuti apre la porta alle più svariate letture: durante le nove tracce si incontrano gli elementi della natura, la lotta contro il tempo che rende l’uomo moderno schiavo degli eventi, la danza delle note alla ricerca delle più ipnotiche dissonanze.

Come in un gioco dove vince chi indovina tutti gli strumenti usati da Leonardo per creare la sua musica, si scoprono rumori e suoni di tutti i giorni: dal carrillon ai segnali del cellulare, al traffico stradale, passando per citofoni che suonano e portoni che si aprono, per poi richiudersi dietro l’ascoltatore.

Il messaggio sembra chiaro nella traccia più lunga dell’album, Root, il cui titolo parla da solo: la radice della musica è nella vita quotidiana, madre della cultura che culla le armonie e plasma il futuro.

Ma il futuro, con Shu, è già arrivato: l’album è infatti pensato per poter essere portato ovunque, attraverso un braccialetto in cui è racchiuso un supporto USB; per ascoltare Shu basta togliersi il braccialetto dal polso e inserirlo in un lettore multimediale con un’entrata USB.

La tecnologia come parte imprescindibile della nostra vita, quindi, ma anche uno strumento non onnipotente, e la traccia numero due – In the Cracks between the Piano Keys- sembra esprimerlo con un’ammonizione: la musica sarà sempre l’unica cosa che le macchine potranno riprodurre, ma che non riusciranno mai a creare.

Shu – di Leonardo Barilaro

00 – The Lost Mariner

01 – Test200410

02 – In the Cracks between the Piano Keys

03 – Kaosmosi

04 – Tempus Fugit

05 – Root

06 – Domus

07 – Boåte Ö musique inachevÇe

08 – Diorama Mirror

Trovate Leonardo Barilaro nei seguenti luoghi di internet:

Nullodiosinenota, il sito ufficiale del suo progetto

Facebook

MySpace

Profilo Facebook di ShuBracelet

Per ordinare il braccialetto di Shu – realizzato dal Cleo’s Studio di Iasmin Abou Shareb, scrivete a info@nullodiosinenota.com.

Numero 10

1010. Sono un numero binario, e faccio cose incredibili.
Sono un numero 10.
Ho fantasia, creatività e coraggio. Schivo e affronto gli avversari, corro tanto e aiuto i compagni a conquistare la meta; a volte faccio tutto da solo e la gente mi applaude inebriata.
Il campo è la mia vita: non ricordo un momento in cui non abbia avuto il bisogno di sentire l’odore dell’erba appena tagliata, i tacchetti sulla terra, il fango sulla pelle quando piove.

Sono nato numero 10. Da bambino danzavo davanti allo specchio, sognando di diventare il più grande. E ora che sono il migliore, so per certo che ho ancora tanto da imparare.
Gli avversari hanno stima di me, ma dentro il rettangolo verde mi temono. Sono dotato di un sinistro letale e implacabile. Calcio da qualsiasi posizione, e centro sempre i pali. Il vento è mio amico: ho imparato a parlargli e a interpretarne gli umori, e lui mi ringrazia donando effetti spettacolari ai miei tiri.

Avevo ventuno anni appena quando ho indossato la maglia numero 10 più importante, e da allora vengo trattato come un eroe dalla gente che incontro per strada; spesso i passanti mi riconoscono e mi fermano per scattarsi una foto, rubare un sorriso o chiedere un autografo. Non sono mai indiscreti o tediosi e sono grato per il loro affetto.
Sono affabile, simpatico, spontaneo, graziosamente timido, ricco e bello, bellissimo, così bello da mozzare il fiato a ogni fanciulla. E non riesco ad abituarmici.

Sono un numero 10, e mi sento comunque un ragazzo come tutti gli altri. Mi piacciono la musica, i videogiochi, il mare. Amo la mia terra, madre di arcane tradizioni e del glorioso popolo da cui discendo. Adoro stare con gli amici a ridere e scherzare, proprio come tutta la gente.
Eppure, non sono un ragazzo comune.

Molti miei amici stanno ancora terminando l’università, fanno sempre tardi la sera, si divertono e spesso mi invitano alle loro feste. “Grazie tante, ma non posso – rispondo sempre – …domattina ho gli allenamenti.”
Alcuni di loro stanno finendo di pagarsi gli studi; io sto finendo di pagare la casa. L’ho acquistata in centro, nella downtown piena di locali alla moda.
Tuttavia, non mi godo mai la vita della città: quando ho bisogno di svago preferisco salire su un aereo e spostarmi fuori dall’isola, dove non sono così popolare da non poter godere della compagnia degli amici.

Essere numero 10 mi ha aperto le porte del mondo: sono stato in America e in Asia, ho visitato tutta l’Europa e visto cose meravigliose, assaggiando l’erba di tutti i templi più sacri dello sport.
La mia vita non è solo luci e gloria: lungo la strada ho affrontato la solitudine ed eventi che mi hanno fatto soffrire. Le ossa si sono rotte e i muscoli a volte hanno ceduto alla stanchezza. Però ho sempre avuto la forza di rialzarmi, perché un numero 10 lo fa.

Tutto quello che indosso ha le mie iniziali cucite su un angolo: maglie, camicie, pantaloncini, tute da allenamento, persino le scarpe. E con queste voglio rimanere saldamente attaccato alla terra, perché so che tentare di salire nel cielo sarebbe un errore. E non importa se la gente urla le mie iniziali quando mi vede mettere a segno un’altra superba realizzazione.

Sono come un crociato, un cavaliere dentro la sua scintillante armatura nera: sul campo niente può scalfire la mia corazza cromata. Solo l’incedere delle stagioni può farlo, ma quel tempo è ancora lontano, sebbene sono conscio che presto arriverà anche per me.
Sono la stella della squadra. E con il numero 10 impresso nella schiena e sulla pelle guardo avanti, verso quei pali che racchiudono ogni giorno la mia sfida più grande.
Qualche passo indietro, lateralmente alla piazzola di tiro; uno sguardo al cielo, il silenzio degli spalti, tre respiri profondi. Poi via, per spingermi ancora avanti.
I secondi rallentano la loro corsa, la mia gamba si impenna verso l’alto, il piede si incunea all’insù, i fianchi ruotano su un lato del mio corpo. E quando lancio l’ovale verso i pali, sento che la mia anima viaggia con lei, lontano da me.

I professionisti dell’università

Sono una percentuale esigua degli iscritti, in netta minoranza e sempre più rari: sono i lavoratori studenti, ossia i professionistiimpiegati, dipendenti o piccoli imprenditori – che lavorano stabilmente e che decidono di iscriversi allʼuniversità per conseguire una laurea. La differenza principale tra essi e lʼimponente esercito degli studenti lavoratori consiste nel rapporto tra il denaro,occupazione e lo studio: se i giovani studenti trovano un lavoro per poter fronteggiare le spese della vita universitaria, i lavoratori studenti si iscrivono agli atenei perchè hanno la possibilità economica ideale che consente loro di conseguire un altro titolo di studio.
Non essendoci statistiche ufficiali aggiornate riguardo questa categoria di universitari, ne abbiamo tracciato un sommario profilo facendo un giro per alcuni atenei.

Il lavoratore studente è in genere donna, di età compresa tra i 35 e i 45 anni; battagliero, tenace e motivato, predilige la materie umanistiche, dato che le facoltà scientifiche sottraggono in genere molto più tempo per lo studio teorico e pratico, necessitando spesso e tassativamente della frequenza in aula.

Le motivazioni che spingono un lavoratore a iscriversi (o reiscriversi) allʼuniversità sono principalmente tre: possibilità di carriera, equiparazione di un titolo precedentemente conseguito e mero hobby.

Giorgia, iscritta al corso triennale di Sociologia a La Sapienza, dice: “Ho vinto un concorso alle Poste a ventiquattro anni; adesso che ne ho trentotto vorrei avanzare di grado e fare carriera, e il requisito minimo è la laurea. Così ho deciso di iscrivermi a sociologia.”

Patrizia, caposala presso il San Francesco di Nuoro, spiega perchè si è iscritta a Infermieristica a Sassari: “Trentʼanni fa non cʼerano le lauree di Infermieristica, ma la Scuola Infermieri. Sostenendo gli esami allʼuniversità, il mio titolo viene equiparato ad una laurea vera e propria.”
Fabio, dipendente di una ditta, motiva così la sua recente laurea in Lettere presso il polo di Padova: “Grazie a Dio posso permettermi di pagare la retta dellʼuniversità, e mi sono tolto uno sfizio; imparare non nuoce mai, e tiene giovane la mente!”

Sebbene la crisi economica abbia tarpato le ali a molti di loro, gli intervistati assicurano che ci sono molti più pro che contro allʼiscrizione allʼuniversità per i lavoratori studenti: aspettiamo un riscontro sulla questione da voi lettori.

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