Final Four di pallanuoto: lo sguardo del bordo piscina

Chi non ricorda le imprese eroiche del Settebello e del Setterosa? Impossibile dimenticare per gli appassionati compulsivi di Olimpiadi e mondiali in vasca come la scrivente. Dall’inquadratura in panoramica della piscina in fase di gioco al bordo di quella stessa vasca, il tuffo è enorme. Sentirsi una profana nel tempio sacro del Foro Italico può essere una brutta sensazione. Lo è stato un po’ anche per me, abituata ai campi da rugby e alle piste d’atletica. Imbarazzo, ansia da prestazione, paura – e la sistematica certezza dei fatti – di perdersi nei cunicoli sotto le tribune, quelli che portano alle vasche. Ma quando riemergi dal labirinto dei corridoi, pass al collo e gilet “media staff” indosso, tutto sparisce.

A contendersi lo scettro di sovrani d’Europa quattro club: il Mladost di Zagabria, il Budva della omonima città montenegrina, il Partizan di Belgrado e l’italiana Ferla Pro Recco, campione uscente. I quattromila del Foro ci sono tutti, o quasi, seduti nelle gradinate, gli striscioni appesi e le voci pronte a incoraggiare i loro beniamini. Le tifoserie sono state suddivise nelle tribune di modo che quelle rivali fossero il più lontano possibile tra loro: strano per me avvicinare il concetto di tifo “esagerato” a uno sport “minore”. “I tifosi della pallanuoto sono un po’ come quelli del calcio. Ci sono stati degli scontri in passato, quindi l’iter che si segue è molto simile a quello del pallone, in questi casi.” mi dicono quelli della Vecchia Guardia, la tifoseria organizzata della Pro Recco. In particolare si temono i serbi, che con gli striscioni e i cori un po’ borderline mi hanno già fatto assaggiare il clima tipico degli eventi importanti. Per la cronaca, nessun tafferuglio in due giorni di gare.

Visti a pochi metri di distanza, i ragazzi della pallanuoto lasciano davvero senza fiato. Il tatuaggio del numero 10 del Mladost mi ruba praticamente dalla testa la metafora adatta per loro: un tritone mitologico. Scultorei e maestosi ma allo stesso tempo leggeri e potenti nel loro elemento naturale. Non guardarli mentre si riscaldano fuori dall’acqua è praticamente impossibile, e ancora di più quando – palla in mano – entrano in azione in piscina.
I primi a giocare sabato 3 giugno sono Mladost e Partizan: i serbi sono dati per vincitori, ma i croati non vogliono passare per quelli che si arrendono. Finisce comunque 9 a 12 per il Partizan. In veste di fotoreporter per la Vecchia Guardia, questo match mi è servito per scaldare i motori e rodare l’obiettivo: il mio amico Ale è stato determinante nel suggerirmi quei piccoli trucchetti per beccare l’inquadratura giusta. “Il resto lo devi fare tu.”, ha concluso sorridendo, ma per fortuna ho sempre degli assi nella manica. Infatti, anni e anni di partite seguite al cardiopalma con padre, madre e sorella incollati alla tv a tifare gli azzurri (e non solo) hanno dato i loro frutti quanto meno dignitosi.

Conoscere e capire la pallanuoto è davvero un’arte nobile e complessa proprio come questo sport di fatica e sacrificio. La maggior parte di quello che di illecito accade in una partita succede sotto il bordo dell’acqua: colpi proibiti, movimenti e – ho sentito anche io – qualche parolina dolce tra avversari. Il centroboa nella pallanuoto moderna è un po’ come il bomber del calcio, ed è anche quello che “affonda” più spesso per mano del difensore avversario. Difensore che a dispetto del ruolo può essere anche un ottimo attaccante, come dimostra la classifica capocannonieri del campionato italiano, guidata – appunto – da un difensore della Pro Recco. Essere mancini, in questo sport, è un plusvalore eccezionale: una specifica posizione da ricoprire in fase offensiva avvantaggia per velocità ed efficienza biomeccanica chi usa la mano sinistra per scrivere. Il portiere, poi, è colui che mi ha sempre affascinato per il gesto atletico che compie: parare la palla significa sollevarsi dall’acqua per oltre tre quarti del proprio corpo. A vederlo sembra quasi un effetto speciale dei film, e dire che è tutto un gioco di gambe.

Nella seconda partita la Pro Recco liquida facilmente il Budva 9 a 4. Un po’ mi dispiace per i montenegrini, che con le loro calottine arancioni hanno portato un po’ di colore in piscina (e sugli spalti). A contendersi la coppa dei campioni Partizan e Pro Recco, mentre il Budva e il Mladost si affronteranno per la terza piazza.
La giornata di domenica promette bene: il caldo e l’afa non frenano i tifosi che stipano le tribune. A sostenere le quattro squadre anche numerosi romani, che si schierano apertamente con i recchelini.
All’inizio non ero molto interessata alla finalina tra i montenegrini e i croati: la tensione per l’atteso match della Pro Recco è contagiosa e coinvolge anche me, ma è impossibile non farsi travolgere anche dal gioco che Budva e Mladost propongono in piscina.
Una bella pallanuoto fatta di colpi di scena e gol che si susseguono nei quattro tempi regolamentari, dove le due squadre giocano a rincorrersi. Non basteranno i tempi supplementari a decretare la terza squadra più forte d’Europa: il Budva cede forse a livello psicologico e ai rigori sbaglia due volte. Vince il Mladost di Zagabria 14 a 12.

Il cielo si copre di nuvole e i miei obiettivi non sono luminosi come vorrei; ho paura che le fotografie escano buie e allo stesso tempo anche mosse: congelare i gesti atletici rapidissimi di questi ragazzi non è facile nemmeno per i professionisti della fotografia, con le loro focali telescopiche dagli occhi grandi grandi.
Il Partizan scende in acqua, la Pro Recco rimane invece a guardare in accappatoio. Più o meno è quello che si è visto durante la finale: l’anno scorso i serbi sono stati superati dai recchelini in semifinale, e la loro fame di rivincita è grande. La Pro Recco, invece, appare il fantasma della grande squadra che ha dominato tutta la stagione, nelle coppe e in campionato; il primo a spegnersi è il portiere Stefano Tempesti, la “saracinesca” azzurra, e con lui gli altri sei. La tribuna italiana si azzittisce lentamente davanti ai cori serbi. Difficile anche per qualche fotografo tifoso trattenere gli improperi, e dire che a bordo vasca non parlano nemmeno gli arbitri: a loro bastano il fischietto e le mani. Bizzarro per chi come me viene dal rugby, dove il direttore di gara ha addirittura il microfono.

Alla fine la partita termina 11 a 7. Il Partizan solleva per la settima volta nella sua storia la coppa, la Pro Recco applaude i meritevoli avversari, mentre i tifosi ritirano mestamente gli striscioni. Si mette pure a piovigginare, di quella pioggia estiva che dura qualche minuto e poi passa. Non è così temporanea la delusione per i recchelini, che però si preparano già alla prossima stagione.
Nota a piè di pagina: la febbre per la pallanuoto è salita anche in chi mi ha gentilmente accompagnato all’evento, sedendo tra le file della Vecchia Guardia. Inizialmente era difficile capirci qualcosa, e al termine della due giorni di gare la situazione non è migliorata granché, almeno dal punto di vista puramente tecnico. Un neofita della pallanuoto non può comprendere tutto e subito delle dinamiche di gioco, ma coglie immediatamente la passione e l’incredibile dinamicità di questo sport. E sportivamente parlando, se è pur vero che i “nostri” hanno perso, chi esce vincitrice è la pallanuoto stessa.

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Asd Rugby Nuoro, storia di ordinaria passione.

Questa è una storia comune, il racconto di una battaglia giornaliera in cui molti lettori probabilmente rivedranno la propria quotidianità. É una storia comune e dispiace che lo sia, per l’amore per lo sport e lo zelo che dimostra chi il rugby lo fa tutti i giorni, dal basso, con umiltà e pazienza, superando difficoltà che sarebbero insormontabili, se non fosse che i rugbisti sono davvero cocciuti.

La scommessa. É la storia di un manipolo di amici che nel 2007 decide di fondare un’associazione sportiva di rugby a Nuoro. Di questi amici sono rimasti Antonello e Davide, che con Alessio, Pietro e Vanna mandano avanti la loro scommessa. Li incontro nella palestra di una scuola, agli allenamenti degli under 8,10,12 e under 14. Fuori, in un campo incolto, lo striscione della società. “Quello è il nostro campo di patate. – dice Davide - Ce l’ha prestato un privato e tra qualche mese sarà il campo per i bambini.
Mi accolgono con calore e ospitalità, e mi regalano due gadget. Li tolgono fuori da un bugigattolo a fianco alla palestra, piccolo ripostiglio di uno stanzone di 30 mq pieno di cianfrusaglie e calcinacci.
Vedi, come siamo combinati? – continua Davide - Ci hanno dato questo spazio per tenere le nostre cose, ma se non fosse per la burocrazia inconcludente, questo posto sarebbe una club house perfetta. I genitori dei ragazzi si sono offerti di rimetterla a nuovo, ma niente: questo posto non si tocca, non ce lo danno. E così siamo senza sede.

La sede. Nomadi. Senza casa. É forse la prima difficoltà che l’ASD Nuoro Rugby si è trovata ad affrontare. Una mancanza non solo materiale, ma anche psicologica. “Non avere una sede fissa significa non poter dire a un neofita: “Ehi, noi siamo in tale posto, vienici a trovare!”. E questo è un punto a nostro sfavore. Che sicurezza può dare a livello psicologico un club che non ha una casa propria? ”, spiega Pietro.
Ma non solo. – aggiunge Davide – Non abbiamo un posto dove vedere le partite di rugby insieme ai ragazzi, perché insegnare loro il rugby è anche convivialità, voglia di stare insieme e guardare, parlare e imparare dai “grandi” della palla ovale.

Logistica. Gli allenamenti dei giovani sono terminati, i ragazzi mi offrono un caffè al bar dove lavora Alessio. Ma gli under 16 e i senior dove si allenano?, mi chiedo. “Al campo CONI.”, mi rispondono subito. Già, il campo di atletica di piazza Veneto, praticamente l’unica struttura comunale disponibile per tutte le società sportive che non praticano calcio. Il campo dello stadio Quadrivio è off-limits, perché lì si allena solo la Nuorese, la più famosa tra le società di calcio della città. Il camposcuola di piazza Veneto – così lo chiamano i nuoresi – è l’ultimo, carissimo baluardo per gli altri sport. E anche al camposcuola i problemi non si fanno desiderare.
Oltre al costo per la fruizione dello spazio, molto alto per tutte le società, ci sono anche i problemi legati alla convivenza di vari sport: se si allenano altri sport, il calcio, o l’atletica, i pali non si possono montare, a meno che non si tratti di una partita ufficiale. É una delle assurde regole del gestore del campo, come quella che quando piove non ci si può allenare. Dicono che con il terreno bagnato il campo si rovina.
Ma la cosa più grave è che i fari alti della struttura non vengono mai accesi. “In pratica d’inverno non si vede un accidente. I nostri ragazzi non sanno calciare perché se proviamo un up and under rischiamo di farci male, perché non vediamo l’ovale. E anche dalla piazzola i nostri non se la cavano bene. Calciare senza pali è difficile.” dice Davide. “Però almeno sono bravi alla mano!”, ride Pietro tra il serio e il faceto.

Diffidenza. Nonostante questo, però, il rugby piano piano sembra crescere, a Nuoro. Alcune scuole hanno risposto positivamente alla richiesta di Pietro e co. di poter spiegare il rugby all’ora di educazione fisica. E i risultati sono sorprendenti. “C’è molta curiosità verso il rugby. Le ragazze in particolare si sono proprio innamorate della palla ovale, e chissà che non possa nascere un progetto almeno per il seven rosa, più in là. Il rugby suscita interesse e fascino, soprattutto quando i ragazzi capiscono che non è uno sport violento. C’è contatto, ma non c’è violenza gratuita.”, racconta Davide. Il solito pregiudizio che attanaglia il rugby è anche a Nuoro un alto muro da scavalcare, specie se i primi a sbatterci la testa sono i genitori. “Molte mamme portano i figli e hanno paura che si facciano male perché è uno sport violento, dicono. O peggio ancora, non ce li portano perché i ragazzi hanno troppi impegni, o sono i genitori stessi che non hanno tempo per accompagnare i figli. Questa vita frenetica ammazza lo sport e i ragazzi.” commenta mestamente Vanna.

Federazione e colori della maglia. Un ulteriore ostacolo per la crescita del rugby a Nuoro (e in Sardegna) risiede nelle direttive che la Federazione ha posto per la presenza dei club ai vari campionati di categoria.
Per carità, sono dettami anche giusti, ma troppo rigidi per una regione come la Sardegna. Questi paletti rischiano di tarparci le ali. A Treviso e Rovigo magari hanno anche senso, ma qui dove siamo in pochi è dura.” dice Alessio.
Ed effettivamente, non è semplice essere presenti a tutti gli eventi e a far giocare i ragazzi, considerando il numero dei tesserati in relazione alla densità di popolazione nel territorio. In sintesi: poche, pochissime squadre in un’isola grandissima con gli eventi per categorie che si accavallano in luoghi diversi negli stessi giorni, a cui si aggiunge un numero poco folto di tesserati. Ma questo sembra essere forse l’ultimo problema dei dirigenti del rugby Nuoro, che anche stavolta riescono a vedere il lato buono della faccenda.
Non avevamo i numeri richiesti dalla FIR per partecipare al campionato under 14, e allora i nostri si sono uniti alle giovanili del Cagliari. In questo modo, il Cagliari ha partecipato al campionato senior, e i nostri ragazzi a quello giovanile. É incredibile quanto siano maturati come giocatori e come persone in pochi mesi di partite. Una crescita esponenziale.” decanta allegro Pietro. E quando gli chiedo se a loro dispiace perdere l’identità di squadra – intesa come società che partecipa indipendentemente al campionato – la risposta è di quelle che ti fanno comprendere cos’è davvero il rugby.
Un po’ ci dispiace, ma l’importante è che i ragazzi giochino. É capitato durante i tornei che i ragazzi di altre squadre indossassero la nostra maglia perché non arrivavamo a 15 per giocare, e viceversa fanno i nostri. É bello avere un’identità di gruppo, ma è ancora più bello quando questo senso del gruppo supera il colore della maglia, basta che si giochi. Le classifiche sono belle ed è giusto buttarci un occhio, ma la nostra priorità è prima di tutto insegnare il rugby e i valori autentici dello sport a questi giovani campioni.” conclude Davide.

Il sogno. Sognano una squadra senior, i cinque di Nuoro, una squadra che per vari motivi non riesce a disputare un campionato, come ha fatto due anni fa: lavoro, problemi tecnici, adolescenti che salutano la città natale per andare a studiare dove l’università c’è davvero, come Sassari o Cagliari. Alcuni dei senior di Nuoro giocano a Olbia e Oristano, e sono orgogliosi alfieri della loro città. Perché il barbaricino è un tipo tosto, che sia un pilone o un’ala.
Il sogno di questi cinque rugbisti non tentenna nemmeno per un istante, nemmeno dopo l’elenco di tutti i problemi e problemucci di cui sopra. Ma non vi viene mai voglia di mollare tutto?, ho chiesto. Pietro e Davide hanno riso di cuore, prima di rispondermi.
A volte penso: ma perché non me ne sto a casa a dormire, la domenica? E invece mi ritrovo in un anno a fare 10 mila chilometri di trasferte. – dice Davide – Perché quello che ti danno questi ragazzi, quello che ti dà il rugby è una cosa che solo chi ha giocato può capire davvero.
Noi davanti ai problemi non ci fermiamo. – aggiunge Pietro – Quando vedi questi ragazzi che giocano e diventano grandi, non puoi fermarti. Non puoi.

Lo sport a Nuoro sta morendo, ed è un peccato perché Nuoro era un esempio virtuoso per le altre città, dove tutti gli sport minori sono sempre riusciti a ritagliarsi un proprio angolo e a fare bene. E se lo sport a Nuoro, agonizzante, ha ancora una speranza di riprendersi e vivere, è anche grazie a persone come Antonello, Alessio, Davide, Pietro e Vanna.

Foto per gentile concessione di Asd Nuoro Rugby.
Per info sulla Nuoro Rugby andate sul loro sito  o sul gruppo Facebook.

 

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Christchurch, 2 mesi dopo.

Era l’ora di pranzo, la più viva della giornata, quando la “Garden City” Christchurch ha iniziato a tremare. Un interminabile minuto e mezzo che ha trasformato e riempito di orrore una città. La scossa di magnitudine 6.4 ha spezzato il silenzio di chi qui in Italia, per qualche ragione, non riusciva a prendere sonno, e magari faceva distrattamente refresh sul suo sito di informazione preferito, o su Facebook, come per contare le pecorelle.
Un silenzio come quello che alle 3.32 ha cambiato per sempre le vite degli aquilani.
2 anni, 2 mesi, 20 mila chilometri che dividono due popoli così diversi, ma uniti e vicini nella stessa passione, nella stessa paura di quando la terra trema. Quella terra che sembra l’unica cosa certa che si ha, fino a quando non crolla anch’essa, e distrugge.Z. era a Dunedin dove vive e lavora. Mangiava nel suo ufficio quando ha avvertito la scossa, quel maledetto 22 febbraio. Un attimo di paura, un balzo fuori dalla stanza, uno sguardo con i colleghi atterriti, e un unico pensiero: speriamo che non sia Christchurch, di nuovo. E invece il terremoto ha colpito di nuovo la gente di Canterbury, dopo che il 4 settembre un miracolo aveva causato “solo” due morti, dopo una lunga scossa di una forza inaudita: 7.1, uno dei sismi più forti degli ultimi tempi.
In una nazione che è grande quanto Milano e il suo hinterland – scrive Z. – tutti per forza conoscono o hanno qualche caro a Christchurch. E l’angoscia sale.”

Lo spirito solidale dell’uomo sa essere enorme nei momenti di calamità e di bisogno. Il popolo neozelandese si è dimostrato preparato e unito davanti alla tragedia di Christchurch: gente che spala il fango, scava a mani nude, offre il suo letto o la sua casa. Gente che ha fatto 5, 10 ore di macchina per portare un pasto “caldo” a chi non ha più nulla. “La cosa bella di essere kiwi è che ci supportiamo vicendevolmente, tutti. Viviamo avvolti da un autentico spirito confortante, e sono così orgogliosa di farne parte.”, ha scritto Kelly nel suo blog. Kelly vive a Hastings, nell’Isola del Nord, ma il 24 febbraio era già a Christchurch. Gesti che sono globali, e che mi piace pensare siano ovvi per tutti, perchè significherebbe che questo cinico mondo in continua evoluzione non sta fagocitando del tutto la nostra umanità.

Cosa è cambiato in 2 mesi in Nuova Zelanda, dopo questi terribili eventi? Dal 4 settembre si sono registrate più di 5 mila scosse. Tra le più forti, l’ultima è stata registrata proprio sabato scorso, il 16 aprile: 5.4. Ed è tornato l’incubo.
Le iniziative di solidarietà e raccolta fondi in favore delle vittime del sisma si rincorrono e attraversano trasversalmente tutti i campi del vivere quotidiano, dai notiziari alle manifestazioni sportive. La felce d’argento degli All Blacks si tingerà di rosso per sostenere i terremotati, e ricordare loro che se hanno perso il Mondiale di Rugby in casa, la gente che “fa” il mondiale non si è dimenticata di loro.

Anche i blogger si sono mossi a favore di Christchurch: nel mese di marzo gli scrittori del web sono stati invitati ad aderire a “Blog4NZ”: scrivere un articolo sulle bellezze della Nuova Zelanda per aiutare il Paese a riprendersi dallo shock del terremoto, motivando i turisti a visitare la terra kiwi, nonostante il sisma.

Solidarietà significa anche fare qualcosa di concreto “sul campo” per riniziare a vivere, a lavorare, a far muovere il denaro. Così si aprono di nuovo i negozi, le caffetterie e i ristoranti, senza magari qualche muro o vetrata che prima c’era e ora non c’è più. L’importante è ripartire.
Il mio lavoro mi porta spesso a viaggiare per le lande internettiane di “settore”, tra comparti di grafici, scrittori e creativi. E mentre cercavo proposte e input interessanti mi è spesso capitato di trovare sui network internazionali banner di questo tipo.
La traduzione dice più o meno così: “Hai lavoro? Aiuta la tenere viva la comunità creativa di freelance di Christchurch. Se hai lavoro in eccesso o un progetto che può essere spedito, visita chchcreative. Scegli qualcuno dal nostro database di talentuosi designer, illustratori, fotografi e copywriter. Troverai la creatività giusta per il tuo lavoro, e ci aiuterai a rimetterci in piedi.”

Christchurch non è quindi solo paura, distruzione, macerie, dolore. É soprattutto speranza. E la si percepisce nell’aria, nelle cose di tutti i giorni. O nei filmati che si rincorrono nella rete, come questo qui sotto.


E il rugby? Cosa c’entra tutto questo con la palla ovale? Chi conosce la Nuova Zelanda almeno un pochino sa che il rugby è parte del cuore di Christchurch, un cuore rosso come i colori della contea di Canterbury, rosso come le stelle della Croce del Sud sulla bandiera nazionale. E di questo grande cuore, il rugby è l’atrio più grande, quello che quando pulsa dà una bella spinta al sangue. E non è un caso che il premier John Key, in visita nelle zone terremotate, si sia presentato con la maglia dei Crusaders.

La terra della lunga nuvola bianca ha incontrato un temporale, ma lo sta superando con orgoglio e pazienza, come si fa con le brutte tempeste. La stampa e l‘opinione pubblica ha riconosciuto nella cattedrale ferita di Christchurch il simbolo di questi ultimi due mesi.

A me, invece, piace pescare nella splendida cultura maori, ed affiancare a questi fatti il Koru. É un germoglio che si srotola, una piccola felce pronta a vivere. Una nuova vita, un nuovo inizio.
E quando penso ai miei amici kiwi, voglio pensare che ognuno di loro sia una felce d’argento capovolta e adagiata su un sentiero. La tradizione maori vuole che queste felci illuminate dal chiarore della luna indichino la giusta via, riflettendo sulla strada la loro luce argentea.
Christchurch will rise again.

 

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Numero 10

1010. Sono un numero binario, e faccio cose incredibili.
Sono un numero 10.
Ho fantasia, creatività e coraggio. Schivo e affronto gli avversari, corro tanto e aiuto i compagni a conquistare la meta; a volte faccio tutto da solo e la gente mi applaude inebriata.
Il campo è la mia vita: non ricordo un momento in cui non abbia avuto il bisogno di sentire l’odore dell’erba appena tagliata, i tacchetti sulla terra, il fango sulla pelle quando piove.

Sono nato numero 10. Da bambino danzavo davanti allo specchio, sognando di diventare il più grande. E ora che sono il migliore, so per certo che ho ancora tanto da imparare.
Gli avversari hanno stima di me, ma dentro il rettangolo verde mi temono. Sono dotato di un sinistro letale e implacabile. Calcio da qualsiasi posizione, e centro sempre i pali. Il vento è mio amico: ho imparato a parlargli e a interpretarne gli umori, e lui mi ringrazia donando effetti spettacolari ai miei tiri.

Avevo ventuno anni appena quando ho indossato la maglia numero 10 più importante, e da allora vengo trattato come un eroe dalla gente che incontro per strada; spesso i passanti mi riconoscono e mi fermano per scattarsi una foto, rubare un sorriso o chiedere un autografo. Non sono mai indiscreti o tediosi e sono grato per il loro affetto.
Sono affabile, simpatico, spontaneo, graziosamente timido, ricco e bello, bellissimo, così bello da mozzare il fiato a ogni fanciulla. E non riesco ad abituarmici.

Sono un numero 10, e mi sento comunque un ragazzo come tutti gli altri. Mi piacciono la musica, i videogiochi, il mare. Amo la mia terra, madre di arcane tradizioni e del glorioso popolo da cui discendo. Adoro stare con gli amici a ridere e scherzare, proprio come tutta la gente.
Eppure, non sono un ragazzo comune.

Molti miei amici stanno ancora terminando l’università, fanno sempre tardi la sera, si divertono e spesso mi invitano alle loro feste. “Grazie tante, ma non posso – rispondo sempre – …domattina ho gli allenamenti.”
Alcuni di loro stanno finendo di pagarsi gli studi; io sto finendo di pagare la casa. L’ho acquistata in centro, nella downtown piena di locali alla moda.
Tuttavia, non mi godo mai la vita della città: quando ho bisogno di svago preferisco salire su un aereo e spostarmi fuori dall’isola, dove non sono così popolare da non poter godere della compagnia degli amici.

Essere numero 10 mi ha aperto le porte del mondo: sono stato in America e in Asia, ho visitato tutta l’Europa e visto cose meravigliose, assaggiando l’erba di tutti i templi più sacri dello sport.
La mia vita non è solo luci e gloria: lungo la strada ho affrontato la solitudine ed eventi che mi hanno fatto soffrire. Le ossa si sono rotte e i muscoli a volte hanno ceduto alla stanchezza. Però ho sempre avuto la forza di rialzarmi, perché un numero 10 lo fa.

Tutto quello che indosso ha le mie iniziali cucite su un angolo: maglie, camicie, pantaloncini, tute da allenamento, persino le scarpe. E con queste voglio rimanere saldamente attaccato alla terra, perché so che tentare di salire nel cielo sarebbe un errore. E non importa se la gente urla le mie iniziali quando mi vede mettere a segno un’altra superba realizzazione.

Sono come un crociato, un cavaliere dentro la sua scintillante armatura nera: sul campo niente può scalfire la mia corazza cromata. Solo l’incedere delle stagioni può farlo, ma quel tempo è ancora lontano, sebbene sono conscio che presto arriverà anche per me.
Sono la stella della squadra. E con il numero 10 impresso nella schiena e sulla pelle guardo avanti, verso quei pali che racchiudono ogni giorno la mia sfida più grande.
Qualche passo indietro, lateralmente alla piazzola di tiro; uno sguardo al cielo, il silenzio degli spalti, tre respiri profondi. Poi via, per spingermi ancora avanti.
I secondi rallentano la loro corsa, la mia gamba si impenna verso l’alto, il piede si incunea all’insù, i fianchi ruotano su un lato del mio corpo. E quando lancio l’ovale verso i pali, sento che la mia anima viaggia con lei, lontano da me.

È sempre il solito Natale.

Non era male, quel piccolo albero comprato in offerta al supermercato; troneggiava fiero sulla credenza, con i fiocchetti rossi bordati d’oro.
La gatta gustava la sua cena della vigilia: una ciotola doppia di candido latte.
Alviero aveva apparecchiato la tavola in maniera semplice: una tovaglia verde, piatti giornalieri, posate usurate dal tempo, una ciotola di purea di patate e salse varie per condire la carne. Il tacchino cucinava ancora nel forno: non era molto grande, ma sarebbe bastato per tutti i commensali.
Alviero spense la radio, e sprofondò nel silenzio, quel silenzio che gli era divenuto caro, quasi amico; aveva lottato contro di lui, ma era sempre stata una battaglia impari, e si era arreso a mani basse, imparando a conviverci, e ad amarlo.

Nella semi oscurità del soggiorno, illuminato sparutamente, l’aria sembrava fluttuare come le fiammelle delle poche candele natalizie.
All’angolo, davanti alla finestra, vi era un tavolino tondo in frassino. Alviero prese il whisky sulla mensola, e ne riversò due dita in un bicchiere. Lo girò lentamente, cercando di coglierne i riflessi paglierini, quindi lo appoggiò davanti ad una foto ingiallita, incorniciata, posta al centro del piccolo tavolo; i suoi occhi blu la guardavano intensamente.
Poi prese una bottiglia d’acqua, riempì un altro bicchiere e lo alzò verso la foto.
- Buon Natale, cara. -

Oltre la finestra, alcuni bambini saltellavano gioiosi lungo la strada. Se avesse lasciato entrare un po’ d’aria dall’esterno, avrebbe potuto sentire il profumo degli arrosti, delle torte di mele e dei biscotti al burro dei vicini, le cui case splendevano, colorate, nella notte. Aggiustò il centrino posto sotto il portafoto, e corse a spegnere il forno.

Alviero appoggiò con brio il tacchino sul tavolo; accarezzò i suoi capelli bianchi, poi riempì il proprio bicchiere, quello di sua moglie Emma e quelli di Greta e di Bernardo, i figli smemorati.
Consumò il pranzo modestamente, evitando di raschiare le stoviglie sul piatto quando tagliava la carne: quel rumore stridente lo innervosiva, e avrebbe infastidito anche Emma.
Sbucciò due mandarini, e diede uno spicchio alla gatta.
Il panettone non era stato ancora tagliato a fette, ma che importava? Tanto a lui non piacevano i canditi.
Nessuno sparecchiò la tavola.

La gatta bussò ritmicamente sull’uscio, e la porta le fu aperta: forse andava a festeggiare con gli amici randagi.
Alviero si adagiò sulla sedia a dondolo, davanti all’altra finestra della sala: aprì le spartane tende, e guardò fuori. Era bello lasciarsi andare alle onde tenere, continue e morbide della sedia.
La foto sul tavolino, a qualche metro da lui, sembrava lontana.
Il telefono non squillò neanche quella sera; non squillava mai.
Fuori iniziò a nevicare.

S’Accabadora, azioni e rituali di una mitica figura.

gallery_15911_4_144~_markedNell’ambito dello studio dei riti funebri del nuorese, una delle figure ancora circondata dall’alone del mistero è quella de s’accabadora, una donna incaricata di porre fine alle sofferenze dei malati agonizzanti, uccidendoli.

Su questa donna si è tanto parlato e scritto, ma non vi sono concrete testimonianze della sua reale esistenza e del suo modus operandi: infatti, sembra che usasse un cuscino per soffocare i moribondi, oppure una mazzocca, una sorta di martelletto in legno, e che nessuno l’abbia mai vista agire con i propri occhi.
Moltissime leggende sono legate all’accabadora, che popola i racconti di numerosi avventurieri e studiosi, italiani e stranieri; in particolare, gli inglesi hanno costruito intorno a questa figura e ad altre usanze simili un’idea distorta della cultura sarda, dipingendola come rozza, trucida e barbara.
Sbugiardando queste teorie e correggendo inesattezze socioculturali, scopriamo come s’accabadora sia parte del patrimonio mitico dei costumi sardi, fluttuando tra sciamanesimo, magia, paganità ed alta perizia di alcune donne particolari, che nei paesi godevano di grande prestigio e stima per le loro virtù di curatrici ed ostetriche.

E così, come nella più squisita tradizione euro-mediterranea, la donna si ritaglia un ruolo di assoluto interesse nelle comunità a lignaggio prevalentemente maschile, nella quale era protagonista degli eventi più delicati della vita umana, dalla nascita fino alla morte. S’accabadora fa parte del retaggio popolare nel quale la donna magica non è considerata come una strega da inquisire e porre al rogo, ma al contrario una importante risorsa sociale da ricompensare secondo i dettami socio-economici preponderanti nelle società rurali.

Decretare l’effettiva esistenza o meno delle accabadoras nei centri isolani è una sfida per tutti gli etnologi ed appassionati di tradizioni perdute: alcune ipotesi confermano che le influenze coloniali avessero portato in Sardegna costumi affini a quello dell’accabadura, mentre la corrente ottocentesca, se da una parte istituisce la tendenza di creare tradizioni inventate, allo stesso tempo annulla con prove convincenti la possibilità che le accabadoras fossero state attive in epoca storica.
Chiamare s’accabadora al capezzale del moribondo costituiva la extrema ratio per mettere fine alle pene del poveretto; cercare di porre chiarezza sulla donna portatrice di morte ci permette quindi di aprire una finestra sull’insieme dei rituali legati al trapasso, carichi di forti componenti superstiziose fuse con la religiosità in una maniera assolutamente affascinante, riportandoci alla dimensione dell’antropologia della contemporaneità che ci rende protagonisti delle tradizioni del passato.

Questo è l’abstract che riguarda l’argomento che ho presentato lo scorso primo novembre al convegno Ichnusa Viaggio nel Passato, organizzato a Decimomannu da Apat Sardegna e Promo Sardegna, con la collaborazione dell’associazione culturale Athenaium 2000.

Sono inoltre intervenuti: Graziella Cuga e Anna Lisa Cuccui, che hanno spiegato chi sono le Fizzas de Luna; Mikkelj  Tzoroddu ha spiegato perchè i Fenici non sono mai esistiti, Giovaanni Cannella ha parlato delle pietre ciclopiche, mentre Pierluigi Montalbano ha concluso parlando della navigazione durante l’eta del Bronzo.

Se volete – e non ve ne pentirete – scaricate gli abstract in formato pdf dal sito della casa editrice Zenìa, che pubblicherà presto le memorie del convegno.

Storia di un cane.

- Ahia, mamma, mi fai male!
- Scusa, non l’ho fatto apposta, questi denti sono tropo stretti. Tra una ventina di minuti dovrebbe essere pronto. -
Giuliano guardava quella scena in bianco e nero, sentendo un odore acre e fastidioso provenire dalla ragazza dolorante.
Le due donne sembravano chiacchierare come se nulla fosse, e Giuliano si avvicinava a loro, le osservava curioso, buttando, però, sempre un occhio alla sua sinistra.
- Ahia! Mamma, ma lo vuoi capire che mi fai male, o no? – esclamò stizzita Francesca. La madre non rispose, e Giuliano seguì con lo sguardo le gocce scarlatte che cadevano, dall’alto, sul bianco pavimento. Una carezza lo colse di sorpresa, tanto che trasalì.

Sembrava il suono dell’acqua che scorre, quello che avvertiva, ma Giuliano era troppo piccolo per vedere, per capire; dentro quella stanzetta senza finestre accadevano sempre cose incomprensibili: a volte Francesca si chiudeva dentro per ore.

La rabbia lo colse all’improvviso. Sapeva che quell’oggetto maledetto avrebbe iniziato a rombare, violento, incessante. Non lo stava tenendo d’occhio a caso. Aveva paura, Giuliano, e gridava, urlava contro quell’aggeggio diabolico, ma era troppo terrorizzato per rimanere dentro quelle piccole quattro mura. Correva da una parte all’altra, lungo la soglia della porta, inquieto, senza sosta, squarciando l’aria con quanto fiato aveva in gola. Francesca lo guardava e sorrideva, beffarda.
Poi il rumore si arrestò, tutto insieme, restituendo alla casa la pace del silenzio.
- Hai visto, Francesca? Dà sempre retta alla tua mamma; così rossi, i tuoi capelli sono molto meglio di quel biondo scialbo che avevi. – disse, soddisfatta, la madre.
- Odio darti ragione. E tu, Giuliano, fai da bravo, va a cuccia.

Antropologia di uno zerbino.

Da quando sono a Roma ho cambiato ben quattro case, ed ognuna di loro aveva un tappetino all’entrata dove pulirsi i piedi prima di varcare la soglia.
Gesto di igiene, sintomo di pulizia, o arcano segno rituale, in ogni casa che si rispetti vi è uno zerbino ai piedi della porta principale (e non solo) ad accogliere chiunque vi passi del tempo dentro.

Quattro case romane, quattro tappetini romani diversi, la cui forma, spessore o colore a volte cambiava, a volte somigliava, tanto che non mi ricordo le loro particolarità. Forse non sono mai stata attenta e non mi sono mai soffermata a pensare a quanto questo oggetto potesse essere prezioso e simbolico? Forse.

All’interno dello zerbino c’è una grande carica emotiva, un fortissimo senso di appartenenza radicato e legato a doppio filo con l’idea della casa stessa.
Non è strano, dopo tutte queste premesse, che ho avvertito una leggera ma pungente sensazione di spaesamento e di inadeguatezza quando mia madre ha sostituito il logoro, sottile, sbiadito e vecchissimo zerbino, al cui posto è stato messo un bellissimo tappetino alto, dai colori chiari, morbido ed accogliente.

Ed infatti la prima informazione che i miei piedi mi hanno dato, pulendosi su di lui prima di entrare in casa, è stata quella: un caldo e morbido abbraccio prima di varcare la soglia, una specie di premio per aver educatamente pensato alla salute delle candide mattonelle del pavimento di casa.

Però, dopo un paio di giorni, mentre mi avvicinavo alla porta con le chiavi in mano, non ho potuto non notare che mancava quella macchietta sgangherata ad aspettare le mie anch’esse sgangherate scarpe da ginnastica; come se mi mancasse il vecchio zerbino. Magari non è propriamente così, però mi faceva strano attarversare la porta di casa senza lo zerbino vecchio.

Non ho – appunto- mai fatto caso allo zerbino delle mie case romane perchè non le ho mai considerate come “casa”, nel senso antropologico della parola. Forse il piccolo trauma subìto da me è solo dato da una prima esperienza (lol), ma sono sicura che anche mia sorella ha avvertito questo piccolo disagio.

E non siamo pazze! E se lo siamo, beh, pazienza; a me manca il vecchio zerbino. E’ come se la casa dove sono cresciuta avesse perso un pezzettino di quella che era, come se fosse un po’ di meno casa mia, ancora una volta, come ogni volta che torno a casa e trovo mobili e disposizioni degli oggetti diversi.

Certe cose non cambiano mai, ma questi segnali mostrano che è davvero così, che quella casa è e sarà sempre la mia casa, ma lo sarà sempre di più un pochino di meno, piano piano, senza dolore. E’ normale, e fisiologico, ma come i genitori non accettano spesso che i propri figli crescano, io amo così tanto la mia casa che non accetto facilmente l’idea che la mia futura casa non avrà mai alcune cose che ho lasciato in quella natale, o che – magari – si sono perse, tranne che nei nostri ricordi.<!– –>

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