Final Four di pallanuoto: lo sguardo del bordo piscina

Chi non ricorda le imprese eroiche del Settebello e del Setterosa? Impossibile dimenticare per gli appassionati compulsivi di Olimpiadi e mondiali in vasca come la scrivente. Dall’inquadratura in panoramica della piscina in fase di gioco al bordo di quella stessa vasca, il tuffo è enorme. Sentirsi una profana nel tempio sacro del Foro Italico può essere una brutta sensazione. Lo è stato un po’ anche per me, abituata ai campi da rugby e alle piste d’atletica. Imbarazzo, ansia da prestazione, paura – e la sistematica certezza dei fatti – di perdersi nei cunicoli sotto le tribune, quelli che portano alle vasche. Ma quando riemergi dal labirinto dei corridoi, pass al collo e gilet “media staff” indosso, tutto sparisce.

A contendersi lo scettro di sovrani d’Europa quattro club: il Mladost di Zagabria, il Budva della omonima città montenegrina, il Partizan di Belgrado e l’italiana Ferla Pro Recco, campione uscente. I quattromila del Foro ci sono tutti, o quasi, seduti nelle gradinate, gli striscioni appesi e le voci pronte a incoraggiare i loro beniamini. Le tifoserie sono state suddivise nelle tribune di modo che quelle rivali fossero il più lontano possibile tra loro: strano per me avvicinare il concetto di tifo “esagerato” a uno sport “minore”. “I tifosi della pallanuoto sono un po’ come quelli del calcio. Ci sono stati degli scontri in passato, quindi l’iter che si segue è molto simile a quello del pallone, in questi casi.” mi dicono quelli della Vecchia Guardia, la tifoseria organizzata della Pro Recco. In particolare si temono i serbi, che con gli striscioni e i cori un po’ borderline mi hanno già fatto assaggiare il clima tipico degli eventi importanti. Per la cronaca, nessun tafferuglio in due giorni di gare.

Visti a pochi metri di distanza, i ragazzi della pallanuoto lasciano davvero senza fiato. Il tatuaggio del numero 10 del Mladost mi ruba praticamente dalla testa la metafora adatta per loro: un tritone mitologico. Scultorei e maestosi ma allo stesso tempo leggeri e potenti nel loro elemento naturale. Non guardarli mentre si riscaldano fuori dall’acqua è praticamente impossibile, e ancora di più quando – palla in mano – entrano in azione in piscina.
I primi a giocare sabato 3 giugno sono Mladost e Partizan: i serbi sono dati per vincitori, ma i croati non vogliono passare per quelli che si arrendono. Finisce comunque 9 a 12 per il Partizan. In veste di fotoreporter per la Vecchia Guardia, questo match mi è servito per scaldare i motori e rodare l’obiettivo: il mio amico Ale è stato determinante nel suggerirmi quei piccoli trucchetti per beccare l’inquadratura giusta. “Il resto lo devi fare tu.”, ha concluso sorridendo, ma per fortuna ho sempre degli assi nella manica. Infatti, anni e anni di partite seguite al cardiopalma con padre, madre e sorella incollati alla tv a tifare gli azzurri (e non solo) hanno dato i loro frutti quanto meno dignitosi.

Conoscere e capire la pallanuoto è davvero un’arte nobile e complessa proprio come questo sport di fatica e sacrificio. La maggior parte di quello che di illecito accade in una partita succede sotto il bordo dell’acqua: colpi proibiti, movimenti e – ho sentito anche io – qualche parolina dolce tra avversari. Il centroboa nella pallanuoto moderna è un po’ come il bomber del calcio, ed è anche quello che “affonda” più spesso per mano del difensore avversario. Difensore che a dispetto del ruolo può essere anche un ottimo attaccante, come dimostra la classifica capocannonieri del campionato italiano, guidata – appunto – da un difensore della Pro Recco. Essere mancini, in questo sport, è un plusvalore eccezionale: una specifica posizione da ricoprire in fase offensiva avvantaggia per velocità ed efficienza biomeccanica chi usa la mano sinistra per scrivere. Il portiere, poi, è colui che mi ha sempre affascinato per il gesto atletico che compie: parare la palla significa sollevarsi dall’acqua per oltre tre quarti del proprio corpo. A vederlo sembra quasi un effetto speciale dei film, e dire che è tutto un gioco di gambe.

Nella seconda partita la Pro Recco liquida facilmente il Budva 9 a 4. Un po’ mi dispiace per i montenegrini, che con le loro calottine arancioni hanno portato un po’ di colore in piscina (e sugli spalti). A contendersi la coppa dei campioni Partizan e Pro Recco, mentre il Budva e il Mladost si affronteranno per la terza piazza.
La giornata di domenica promette bene: il caldo e l’afa non frenano i tifosi che stipano le tribune. A sostenere le quattro squadre anche numerosi romani, che si schierano apertamente con i recchelini.
All’inizio non ero molto interessata alla finalina tra i montenegrini e i croati: la tensione per l’atteso match della Pro Recco è contagiosa e coinvolge anche me, ma è impossibile non farsi travolgere anche dal gioco che Budva e Mladost propongono in piscina.
Una bella pallanuoto fatta di colpi di scena e gol che si susseguono nei quattro tempi regolamentari, dove le due squadre giocano a rincorrersi. Non basteranno i tempi supplementari a decretare la terza squadra più forte d’Europa: il Budva cede forse a livello psicologico e ai rigori sbaglia due volte. Vince il Mladost di Zagabria 14 a 12.

Il cielo si copre di nuvole e i miei obiettivi non sono luminosi come vorrei; ho paura che le fotografie escano buie e allo stesso tempo anche mosse: congelare i gesti atletici rapidissimi di questi ragazzi non è facile nemmeno per i professionisti della fotografia, con le loro focali telescopiche dagli occhi grandi grandi.
Il Partizan scende in acqua, la Pro Recco rimane invece a guardare in accappatoio. Più o meno è quello che si è visto durante la finale: l’anno scorso i serbi sono stati superati dai recchelini in semifinale, e la loro fame di rivincita è grande. La Pro Recco, invece, appare il fantasma della grande squadra che ha dominato tutta la stagione, nelle coppe e in campionato; il primo a spegnersi è il portiere Stefano Tempesti, la “saracinesca” azzurra, e con lui gli altri sei. La tribuna italiana si azzittisce lentamente davanti ai cori serbi. Difficile anche per qualche fotografo tifoso trattenere gli improperi, e dire che a bordo vasca non parlano nemmeno gli arbitri: a loro bastano il fischietto e le mani. Bizzarro per chi come me viene dal rugby, dove il direttore di gara ha addirittura il microfono.

Alla fine la partita termina 11 a 7. Il Partizan solleva per la settima volta nella sua storia la coppa, la Pro Recco applaude i meritevoli avversari, mentre i tifosi ritirano mestamente gli striscioni. Si mette pure a piovigginare, di quella pioggia estiva che dura qualche minuto e poi passa. Non è così temporanea la delusione per i recchelini, che però si preparano già alla prossima stagione.
Nota a piè di pagina: la febbre per la pallanuoto è salita anche in chi mi ha gentilmente accompagnato all’evento, sedendo tra le file della Vecchia Guardia. Inizialmente era difficile capirci qualcosa, e al termine della due giorni di gare la situazione non è migliorata granché, almeno dal punto di vista puramente tecnico. Un neofita della pallanuoto non può comprendere tutto e subito delle dinamiche di gioco, ma coglie immediatamente la passione e l’incredibile dinamicità di questo sport. E sportivamente parlando, se è pur vero che i “nostri” hanno perso, chi esce vincitrice è la pallanuoto stessa.

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Oschiri ospita la mia Ritualità il 17 giugno

Arriva l’estate, e arriva anche un’altra presentazione per Ritualità della morte in Barbagia.
A ospitare me e il mio saggio saranno il comune di Oschiri, l’associazione Su Furrighesu e Roberto Carta.

E siccome siamo audaci e amiamo sfidare la superstizione, l’incontro è fissato per venerdì 17 giugno dalle ore 18.00!
Chi non viene è un fifone!

Diecimila click sopra i Pinner – scrittrice freelands

Anche i sudafricani festeggiano i miei 10mila click in 5 mesi.

Non credevo che sarei mai arrivata a toccare quota diecimila click in cinque mesi.
Diecimila, cioè il mio caro numero 10 ma senza tre zeri! Devo festeggiare, è un traguardo importante per un blog con aspirazione di sito web che in fin dei conti si aggiorna troppo poco per quanto vorrei scriverci.
E voglio festeggiare alla maniera dei redattori di Gioca Giuè, ossia scandagliando nella ricerca delle parole più bizzarre usate nei motori di ricerca per arrivare a eraniapinnera.wordpress.com.

Devo dire che non avrei mai pensato che io, kiwi platonica, sarei stata subissata di input sudafricani. Almeno una cinquantina di voci hanno a che fare con il Sud Africa, le sue città, le sue attrazioni, e i Bafana Bafana. E gli Sprinboks? Ragazzi, sono sempre una tifosa All Blacks, non penserete mica che mi metta a parlare dei Bokke qui?

Ecco quindi le best keywords, che ho selezionato con metodo per proporvi solo le voci che realmente chiedevano una risposta riflessiva, dato che hanno portato i cercatori di quelle verità a questo indirizzo.

sofferenza di una donna: non me ne parlare, caro Googlista anonimo.
mattana surf: ok, questo è un segno divino che mi vuole in Nuova Zelanda, mi sembra chiaro.
mattana pio singol: dev’essere qualcuno che cercava qualche mio antenato papa.
perchè i genitori non accettano l idea che i propri figli crescano: non lo so, devo chiedere ai genitori della scuola davanti casa mia, poi vi faccio sapere.
vasca da bagno otturata: sempre meglio la vasca del WC, soprattutto se è una metafora per il mio sito.
free lance del sud africa: avete sbagliato nazione, e di brutto pure!
storia di un canino: effettivamente, il mio cane è piccolo, ma non è un dente.
omino: ecco,questa non l’ho capita. Omino biscottino? Omino bianco? Omino cosa? Ma forse, se cercavano Gogofai, bastava scrivere Gogofai.
destinazione di zona per installazione parco giochi: non ne so nulla, ma ho un cugino geometra, se serve.
dondolo fabbricato vietnam: anche io ne vorrei uno, ma non c’è spazio a casa. Mi va bene anche una poltrona POÄNG eh, nel caso qualcuno volesse farmi un regalo.

Ecco il famosissimo bandito Pinnera

scrittrice freelands: per come è scritto, probabilmente ha googlato mia madre.
attrezzo per iniziali su camicie: ricercato da chi non ha una nonna che ricama.
rimanete in sudafrica ci sono le miniere canzone: una frase che fa un po’ apartheid, ma comunque un buono spunto che passo al mio bassista per qualche hit di successo, non si sa mai.
dove si fanno le prove allergiche a spinaceto?: ah, signò, non lo so proprio, io non sono di qui!
ho vinto concorso infermiere a padova: AUGURI!
laurea carriera nelle poste: qualunque cosa tu legga in giro, probabilmente sono fesserie, le PI non assumono.
bandito pinnera: rubo ai ricchi per dare ai poveri.
sugo inacidito: solo quello? Basta non trovare parcheggio per far inacidire la gente. Se avessi i capelli rossi, sarebbe stata una ricerca sensata.

Song settings for a bass player

Chi scriveva che un copy deve cavarsela bene anche con la grafica, aveva ragione.
Arriva quel momento che – ti piaccia o no – le parole devono stare bene in un ambiente che… te lo devi fare tu.
E peggio ancora, arriva quel momento che le parole non servono.

Ed ecco che mi sono trovata a costruire uno schema, molto semplice e facile da fotocopiare, dell’attuale corredo elettronico di un bassista. Un bassista a caso, ovviamente, quello più pignolo e autorevole che conosca (ma paradossalmente, è anche il più adorabile).
La mia opera d’arte consiste in un A4 b/n con la stilizzazione di testata preamp e quattro pedali. Ogni controllo degli apparecchi è simboleggiato da un cerchietto, come se fossero le reali manopole.
In questo modo, il musicista ha una valida struttura alla mano che rappresenta tutto il suo armamentario elettronico, dove può appuntare con la matita di volta in volta le impostazioni per ogni canzone.
Uno strumento utile se un professionista deve cambiare settaggi sonori per ogni brano, e magari si trova a registrare o ad eseguire in studio o dal vivo un numero importante di canzoni. D’altronde, lo sappiamo tutti, che i musicisti sono sbadati e sempre distratti, per cui ricordarsi già 5 impostazioni diverse è per loro un po’ come essere affetti dalla sindrome di Asperger.

Insomma, cari musicisti in lettura, sappiate che da ora in poi posso aiutare anche voi, razionalizzando e semplificando il vostro lavoro quotidiano!

I professionisti dell’università

Sono una percentuale esigua degli iscritti, in netta minoranza e sempre più rari: sono i lavoratori studenti, ossia i professionistiimpiegati, dipendenti o piccoli imprenditori – che lavorano stabilmente e che decidono di iscriversi allʼuniversità per conseguire una laurea. La differenza principale tra essi e lʼimponente esercito degli studenti lavoratori consiste nel rapporto tra il denaro,occupazione e lo studio: se i giovani studenti trovano un lavoro per poter fronteggiare le spese della vita universitaria, i lavoratori studenti si iscrivono agli atenei perchè hanno la possibilità economica ideale che consente loro di conseguire un altro titolo di studio.
Non essendoci statistiche ufficiali aggiornate riguardo questa categoria di universitari, ne abbiamo tracciato un sommario profilo facendo un giro per alcuni atenei.

Il lavoratore studente è in genere donna, di età compresa tra i 35 e i 45 anni; battagliero, tenace e motivato, predilige la materie umanistiche, dato che le facoltà scientifiche sottraggono in genere molto più tempo per lo studio teorico e pratico, necessitando spesso e tassativamente della frequenza in aula.

Le motivazioni che spingono un lavoratore a iscriversi (o reiscriversi) allʼuniversità sono principalmente tre: possibilità di carriera, equiparazione di un titolo precedentemente conseguito e mero hobby.

Giorgia, iscritta al corso triennale di Sociologia a La Sapienza, dice: “Ho vinto un concorso alle Poste a ventiquattro anni; adesso che ne ho trentotto vorrei avanzare di grado e fare carriera, e il requisito minimo è la laurea. Così ho deciso di iscrivermi a sociologia.”

Patrizia, caposala presso il San Francesco di Nuoro, spiega perchè si è iscritta a Infermieristica a Sassari: “Trentʼanni fa non cʼerano le lauree di Infermieristica, ma la Scuola Infermieri. Sostenendo gli esami allʼuniversità, il mio titolo viene equiparato ad una laurea vera e propria.”
Fabio, dipendente di una ditta, motiva così la sua recente laurea in Lettere presso il polo di Padova: “Grazie a Dio posso permettermi di pagare la retta dellʼuniversità, e mi sono tolto uno sfizio; imparare non nuoce mai, e tiene giovane la mente!”

Sebbene la crisi economica abbia tarpato le ali a molti di loro, gli intervistati assicurano che ci sono molti più pro che contro allʼiscrizione allʼuniversità per i lavoratori studenti: aspettiamo un riscontro sulla questione da voi lettori.

Mondiali di calcio 2010: destinazione Sudafrica

La prossima estate si svolgeranno i mondiali di calcio che vedono la nostra nazionale difendere il titolo di campione del mondo; in Sudafrica, Paese ospitante, fervono frenetici i preparativi per accogliere milioni di tifosi e di turisti. Noi abbiamo colto l’occasione di questo appuntamento sportivo per presentarvi e rilanciare una nazione fantastica e vitale, che si è lasciata alle spalle le ombre della discriminazione razziale e si è affacciata al nuovo millennio con grandi speranze e tanta allegria. Seguendo i principali stadi che accoglieranno le nazionali di calcio di tutto il mondo, vi proporremo qui di seguito dei brevi itinerari da seguire per godervi appieno uno splendido soggiorno in Sudafrica, magari portandovi anche la famiglia appresso.

Fino a due decenni fa, quando si sentiva il nome del Sudafrica il pensiero volava matematicamente all’apartheid: segregazione razziale, violenza ed intolleranza hanno messo in ginocchio la popolazione per tanto tempo, a causa anche dell’embargo internazionale che frenava il progresso del Paese, potenzialmente molto ricco grazie alle numerose miniere di oro e diamanti, le più estese del pianeta. Negli anni Novanta il regime dell’apartheid è stato abolito, e il Sudafrica ha spiegato lentamente le sue ali come una splendida crisalide.
Per arrivare in Sudafrica occorrono una decina di ore di volo, ma non incorrerete in nessun problema di fuso orario; per entrare nel Paese è necessario il passaporto valido ed avere con sè anche il biglietto di ritorno. Ricordatevi, inoltre, che il Sudafrica è posto nell’emisfero australe, per cui le stagioni risultano invertite rispetto alle nostre.

Nonostante il Sudafrica abbia compiuto passi da gigante, nella nazione convivono ancora realtà molto contrastanti, con grandi divari tra i ricchi e i poveri, e la piaga dell’Aids miete tutti i giorni decine di morti, tra cui tanti bambini. Tuttavia, nelle township la vita quotidiana non smette di essere pulsante ed intensa: per esempio, i matrimoni sono considerati dei grandi eventi, e le persone si riversano per le strade a danzare; non stupitevi, se passando nei pressi di un matrimonio gl invitati vi coinvolgeranno nella festa. Proprio nelle township assaporerete il vero spirito del Sudafrica: vi consigliamo di assaggiare le molteplici delizie della gastronomia locale, frutto dell’interazione di tantissime culture diverse, fuse durante i secoli di convivenza; la cucina casereccia dei bed and breakfast rispecchia la più genuina cucina sudafricana, dato che è meno intaccata dai dettami commerciali seguiti spesso da altre strutture turistiche.

Ci sono tantissime occasioni per divertirsi in Sudafrica, soprattutto all’interno delle grandi città, dove è facile trovare un teatro o un cinema, oppure organizzare una puntata ai numerosi e grandiosi casinò. Inoltre, il Sudafrica risuona di ritmo e di musica: in ogni angolo della nazione troverete locali dove si suona dal vivo, concerti e festival. Basta percorrere qualche chilometro fuori dai confini cittadini, poi, per immergersi in paesaggi magnifici ed incontaminati, dove potrete partecipare a delle indimenticabili escursioni.

La città di Johannesburg, che presenta ben due stadi mondiali, è la sede del principale aeroporto della nazione, ed è la capitale della provincia del Gauteng, la più piccola provincia della nazione, ma anche la più ricca; inoltre, il Gauteng propone i migliori luoghi per l’intrattenimento e i più importanti casinò. La visita di Johannesburg non può escludere una tappa al toccante museo dell’apartheid.
Poco più a nord vi aspetta la ridente Pretoria, capitale amministrativa dello Stato. Pretoria viene chiamata anche anche città giardino o Jaracanda City, e un giro per la città vi farà capire il perchè: le strade sono decorate da più di 60 mila alberi di jaracanda, che ad ottobre fioriscono colorando di viola l’intera città. Se poi volete mozzarvi il fiato con un panorama suggestivo, passate vicino agli Union Buildings, la sede del governo, proprio dove Nelson Mandela pronunciò il suo primo discorso da presidente: non ve ne pentirete affatto.

Spostandosi più a nord est, troverete la splendida riserva naturale del Madikwe, in cui vivono allo stato brado più di dieci mila specie animali. Il parco è tanto incantevole quanto affascinante, e sicuramente un ottimo incentivo per portare tutta la famiglia è dato dall’attenta cura del territorio, nel quale è stata accertata la scomparsa della zanzara anopheles, quella che porta la malaria.
La provincia del Nord Ovest avrà anch’essa il privilegio di ospitare gli incontri mondiali nella struttura di Rustenburg. Attrazione magnifica per gli amanti del gioco e del divertimento è la mitica Sun City, un’imponente struttura turistica costruita per essere un vero paradiso per grandi e piccini. Ed effettivamente, Sun City è dotata di campi da golf, una foresta, un parco per i bambini e percorsi acquatici; nei suoi pressi sorge poi una stupenda riserva faunistica, dove si possono ammirare degli incredibili panorami.

Senza dubbio, però, la parte meridionale del Sudafrica è quella che a nostro parere colpisce maggiormente gli stranieri, anche perchè le sue città possiedono una storia molto antica e spesso tormentata, fatta di guerre etniche e di strategie coloniali, che hanno segnato i profili delle strade e dei volti della gente.
La città di Durban, nella provincia del KwaZulu-Natal, si affaccia sull’oceano Indiano forte del suo primato di più grande centro portuale del bacino. La grandissima affluenza di turisti a Durban è dovuta anche dalle numerose attrazioni, musei e palazzi da ammirare: noi consigliamo vivamente di fare un salto al delfinario – uno degli acquari più grandi del pianeta – e al giardino botanico, dotato davvero di rara bellezza. Nelle vicinanze di Durban sorgono poi numerose spiagge soleggiate e alcuni villaggi zulu, che accolgono con grande ospitalità tutti i turisti.

Dirigendosi ad ovest, in direzione di Città del Capo, si incontra Port Elizabeth, che si erge sulla baia di Algoa. La città è attorniata da centri vivaci e da enormi risorse naturali: infatti, qui sorgono l’Addo Elephant, uno dei parchi più importanti del Sudafrica, la foresta Tsitsikamma, popolata da alberi di yellowood alti anche 50 metri e vecchi più di 800 anni, e procendendo verso Città del Capo potrete camminare lungo l’Otter Trail, uno dei sentieri escursionistici più noti del Paese. Le coste sabbiose che si affacciano sulla baia e i forti venti sono un ottimo terreno per gli sport acquatici, soprattutto surf, wind surf e attività affini; inoltre, nei paesi limitrofi a Port Elizabeth troverete ottimi ristorantini e locande dove si cucina la gastronomia tradizionale: a Kysna, per esempio, assaggerete ottime portate di ostriche, dato che la città è nota per la loro pesca.

Prima di giungere a Città del Capo, vi suggeriamo di fare una sosta a Hermanus, un centro specializzato per l’avvistamento delle balene: infatti, nella baia, durante l’inverno e la primavera australe, questi enormi cetacei si radunano per riprodursi. Quando viene avvistata una balena, un banditore nel centro di Hermanus suona un corno per avvisare la popolazione. Ovviamente, è anche possibile prenotare un’uscita in barca per avvicinarsi maggiormente a questi incredibili animali.
La Mother City, Città del Capo, si staglia ai piedi della Table Mountain, dipingendo uno degli spettacoli più suggestivi che i vostri occhi potranno mai vedere. Prendere la funivia per scalare questa cima vi ricompenserà con la vista che potrete ammirare. Città del Capo è il centro più antico di tutto il Sudafrica, nato per opera dei navigatori portoghesi che avevano la necessità di un porto di scalo lungo la pericolosa rotta per le Indie; da qui è principiata e sviluppata tutta la storia del Paese. I luoghi sicuramente degni di nota sono la galleria d’arte, i giardini botanici Kirstenbosch e la pittoresca zona portuale di Victoria & Alfred Waterfront, da dove salpano i traghetti per visitare Robben Island, l’isola dove è stato tenuto in prigionia Nelson Mandela. Nelle zone limotrofe a Città del Capo, poi, troverete caratteristici paeselli ed ameni vigneti.
Una delle escursioni che sicuramente vi colpirà emotivamente è la gita al Capo di Buona Speranza, indiscutibilmente il capo più bello del mondo; non sorprendetevi, quindi, se rimarrete senza fiato. Passando per queste zone, vi abituerete anche a qualche presenza insolita, come quella delle curiose scimmiette o dei pinguini, più timidi e meno numerosi, ma senz’altro simpatici.
La costa che si affaccia sull’Atlantico, poi, vi stupirà per le sue cale e piccole baie, i borghetti pieni di vita e le numerose riserve naturali, che giustificheranno il vostro mal d’Africa una volta tornati a casa.

Riuscire a sposare felicemente un evento sportivo appassionante come il calcio e la voglia di spendere qualche giorno in serenità e pace vedendo posti lontani e magnifici spesso non è facile, ma il Sudafrica è anche questo, come un ponte che unisce il vivere occidentale con gli antichi costumi zulu, passando per panorami meravigliosi e ricordi indelebili. E se vi capiterà di sentire l’eco di un ruggito…beh, probabilmente non ve lo statere solo immaginando.

Quello che probabilmente non sapete del CAFFE’

Come una deliziosa, spesso amara, cascata di sollievo, da molti considerato prezioso come il petrolio, il caffè è entrato da tempo nelle vite degli uomini. Momento di piacere, aggregante sociale, istante di ristorazione o essere temuto dai più insonni e nervosi, la bevanda è stata oggetto di discussioni filosofiche e letterarie, fino a diventare addirittura uno stile di vita, sottoposta alle inclementi acrobazie commerciali delle grandi e globalizzate catene di bar, che spesso prendono proprio da lei il nome di caffè.

Tra i grandi e celebri famosi amatori del caffè vi sono numerosi scrittori, registi, attori, così come imprenditori e sportivi. Tra tutti, però, spicca il nome di Honoré de Balzac, i cui racconti vogliono che ne bevesse più di cinquanta tazzine ogni giorno, una quantità che ha dell’incredibile. Viene quasi logico immaginarsi come potesse conciliare la sua vita con la produzione dei suoi numerosi scritti: probabilmente li componeva di notte!

La genesi del caffè pare perdersi nel mito e nei tempi: c’è chi tributa il merito della sua creazione agli arabi, chi ai cinesi, chi addirittura agli esploratori. Invero, ciò che è certo è l’origine della pianta del caffè, localizzata in Africa, precisamente in Etiopia: qui, un’intera regione chiamata Caffa, a 1300 metri sul livello del mare, ospita decine di migliaia di piante di caffè, che crescono spontaneamente da tempi immemori.

Se vedessimo dal vivo una pianta di caffè, probabilmente andremmo a cercare i suoi chicchi marroni, e ci sorprenderemmo a constatare che il chicco di caffè in realtà si trova all’interno di un frutto, che lo protegge dalle intemperie e dagli agenti esterni. Questo piccolo frutto viene chiamato ciliegia; ancora acerba, la ciliegia appare verde, e durante la maturazione diviene prima scarlatta, poi marrone o nera.

Nonostante il caffè sia originario del continente nero, il maggior produttore al mondo di chicchi si trova dall’altra parte dell’Atlantico: il re indiscusso della produzione di caffè è infatti il Brasile, con più di due milioni e mezzo di tonnellate all’anno. La medaglia d’argento è invece – un po’ a sorpresa – del Vietnam, con circa 850 mila tonnellate di produzione; la Colombia, considerata da moltissimi come un’icona del caffè, si deve accontentare della terza piazza, con solo settemila tonnellate circa di caffè prodotte annualmente.

Il processo di polverizzazione dei chicchi è abbastanza complesso: una volta puliti e controllati, il passaggio principale è la torrefazione, che trasforma visibilmente i chicchi, privandoli di diverse proprietà organolettiche, che ne diversificano anche la varietà.
Infatti, durante la torrefazione i chicchi vengono posti a temperature talmente elevate che una certa quantità di caffeina viene persa nel processo: maggiore è il calore a cui i chicchi sono sottoposti, maggiore sarà la percentuale di caffeina perduta.

In commercio vi sono tantissime qualità di caffè: senza dubbio, la varietà più pregiata è quella arabica, dotata di rara aromaticità e consistenza.
Attorno al decaffeinato, invece, si sono sviluppate diverse leggende metropolitane: il decaffeinato fa male, non è sano perchè non è naturale, è fabbricato dall’orzo, presenta caffeina ugualmente, ma in quantità minore. In realtà, il caffè decaffeinato non è dannoso per l’organismo, né è un prodotto innaturale, né -tantomeno- bisogna confonderlo con il caffè d’orzo, che è proprio tutt’altra cosa.
Il decaffeinato presenta una notevole quantità di caffeina in meno, tanto da rasentarne la presenza: per legge, infatti, il decaffeinato può ritenersi tale solo se presenta una percentuale massima di caffeina pari allo 0,10%; come se non ce ne fosse, insomma, e neanche i soggetti più sensibili potrebbero accorgersi di questa irrisoria quantità.

Il primo marchingegno per produrre il caffè espresso fu ideato in Italia, da sempre patria e alfiere di questa nobile bevanda. All’inizio del 1900, un fantasioso ingegnere, Giuseppe Bezzera, ebbe il geniale guizzo di inventare una macchina per fare il caffè in maniera istantanea. Il nostro Bezzera, che era anche un uomo d’affari, decise di proporre la sua creazione ad un noto imprenditore, Desiderio Pavoni, proprietario dell’omonima azienda. Pavoni accolse con entusiasmo il lavoro dell’ingegnere, acquistandone il brevetto e promuovendo subito la produzione seriale della macchinetta, che ebbe un grande successo.

Il primo locale in Italia per la degustazione di caffè nacque nel lontano 1640, nella modaiola, ricca e vivace Venezia: ancora oggi, il locale è meta di piccoli pellegrinaggi da parte dei più aficionados del caffè.

Amaro, dolce o al vetro, al bar, a casa, o ai distributori automatici vengono proposti molteplici modi di gustare il caffè, che spesso prendono la denominazione dal luogo in cui è stato creato o è maggiormente in uso: espresso italiano, lungo americano, corretto irlandese.
I più golosi, però, si rifugiano nel loro peccato di gola preferito, ossia il caffè marocchino: un bruno espresso servito al vetro e ricoperto da una tenera crema di cappuccino, colorata da un’abbondante spolverata di cacao.
Il caffè turco, invece, può apparire ai più come bizzarro ed eccentrico: la polvere di caffè viene bollita insieme a dello zucchero all’interno di una grande caffettiera d’ottone, chiamata ibrik; una volta pronta, la bevanda viene versata subito nelle tazze, senza filtrarla e facendo in modo che non si creino depositi organici sul fondo.
Provare per credere, è davvero ottimo.

S’Accabadora, azioni e rituali di una mitica figura.

gallery_15911_4_144~_markedNell’ambito dello studio dei riti funebri del nuorese, una delle figure ancora circondata dall’alone del mistero è quella de s’accabadora, una donna incaricata di porre fine alle sofferenze dei malati agonizzanti, uccidendoli.

Su questa donna si è tanto parlato e scritto, ma non vi sono concrete testimonianze della sua reale esistenza e del suo modus operandi: infatti, sembra che usasse un cuscino per soffocare i moribondi, oppure una mazzocca, una sorta di martelletto in legno, e che nessuno l’abbia mai vista agire con i propri occhi.
Moltissime leggende sono legate all’accabadora, che popola i racconti di numerosi avventurieri e studiosi, italiani e stranieri; in particolare, gli inglesi hanno costruito intorno a questa figura e ad altre usanze simili un’idea distorta della cultura sarda, dipingendola come rozza, trucida e barbara.
Sbugiardando queste teorie e correggendo inesattezze socioculturali, scopriamo come s’accabadora sia parte del patrimonio mitico dei costumi sardi, fluttuando tra sciamanesimo, magia, paganità ed alta perizia di alcune donne particolari, che nei paesi godevano di grande prestigio e stima per le loro virtù di curatrici ed ostetriche.

E così, come nella più squisita tradizione euro-mediterranea, la donna si ritaglia un ruolo di assoluto interesse nelle comunità a lignaggio prevalentemente maschile, nella quale era protagonista degli eventi più delicati della vita umana, dalla nascita fino alla morte. S’accabadora fa parte del retaggio popolare nel quale la donna magica non è considerata come una strega da inquisire e porre al rogo, ma al contrario una importante risorsa sociale da ricompensare secondo i dettami socio-economici preponderanti nelle società rurali.

Decretare l’effettiva esistenza o meno delle accabadoras nei centri isolani è una sfida per tutti gli etnologi ed appassionati di tradizioni perdute: alcune ipotesi confermano che le influenze coloniali avessero portato in Sardegna costumi affini a quello dell’accabadura, mentre la corrente ottocentesca, se da una parte istituisce la tendenza di creare tradizioni inventate, allo stesso tempo annulla con prove convincenti la possibilità che le accabadoras fossero state attive in epoca storica.
Chiamare s’accabadora al capezzale del moribondo costituiva la extrema ratio per mettere fine alle pene del poveretto; cercare di porre chiarezza sulla donna portatrice di morte ci permette quindi di aprire una finestra sull’insieme dei rituali legati al trapasso, carichi di forti componenti superstiziose fuse con la religiosità in una maniera assolutamente affascinante, riportandoci alla dimensione dell’antropologia della contemporaneità che ci rende protagonisti delle tradizioni del passato.

Questo è l’abstract che riguarda l’argomento che ho presentato lo scorso primo novembre al convegno Ichnusa Viaggio nel Passato, organizzato a Decimomannu da Apat Sardegna e Promo Sardegna, con la collaborazione dell’associazione culturale Athenaium 2000.

Sono inoltre intervenuti: Graziella Cuga e Anna Lisa Cuccui, che hanno spiegato chi sono le Fizzas de Luna; Mikkelj  Tzoroddu ha spiegato perchè i Fenici non sono mai esistiti, Giovaanni Cannella ha parlato delle pietre ciclopiche, mentre Pierluigi Montalbano ha concluso parlando della navigazione durante l’eta del Bronzo.

Se volete – e non ve ne pentirete – scaricate gli abstract in formato pdf dal sito della casa editrice Zenìa, che pubblicherà presto le memorie del convegno.

Google mind’s reader

Se c’è una cosa che mi piace fare il venerdì sera, o la domenica pomeriggio, è viaggiare.
E bastano davvero pochi click per avere il mondo in mano, saltare da un posto all’altro vedendo la Terra girare sul suo asse e portarti in posti meravigliosi. Certo, non è sicuramente la stessa cosa che visitare realmente gli angoli più reconditi del pianeta, ma di certo è meglio di trascorrere la serata a guardare i politici italiani insultarsi in una trasmissione random della  televisione di Stato.

Tutto questo è opera di un software intelligente e gratuito, nato qualche anno fa per mano degli illuminati programmatori dell’azienda Google.
Google Earth, a poch mesi dal suo lancio, conquistò, senza troppa pubblicità, una grandissima parte degli users internettiani e non, rendendosi un prodotto di cui difficilmente, dopo un primo approccio, si può fare a meno.
La formula magica di questo ottimo programma non è solo la buona grafica e la grande versatilità, ma soprattutto la varietà di informazioni, foto e documenti che si possono ottenere con un click.
Prestigiose società come National Geographic e Greenpace hanno messo a disposizione immagini e file che appaiono nel mappamondo virtuale sul proprio schermo, ovviamente tutto scaricabile online.
Per ogni sito archeologico, monumento o luogo naturalistico, vi è una pagina di Wikipedia visualizzabile e consultabile, così come sono a portata di tutti le foto e i vari contributi che ogni singolo cittadino può aggiungere a Google Earth volontariamente. In questo modo, mi sono trovata a sfogliare un piccolo album di immagini del lago Ontario scattate da un turista vi ha villeggiato, o a contemplare gli splendidi colori delle spiagge polinesiane immortalate per noi da un giovane fotografo, che in questo modo ha colto l’occasione per farsi un po’ di pubblicità.

Ed in questo Eden di imput e di informazioni, mentre vagavo dall’India a MachuPichu con gli occhi ben aperti e la mano ben salda sul mouse, ho pensato: “Ma io voglio vedere la fossa delle Marianne!”
Ovviamente il software mi ha portato in mezzo all’Oceano Pacifico, scaraventandomi in un mare di pixel blu, e nient’altro.
La mia mente ha così aggiunto mestamente alla frase di qui sopra: “Peccato che è un Google di terra, e non di mare”.

E voilà, dopo qualche giorno, come se mamma Google fosse l’occhio del Grande fratello, mi ritrovo a leggere del lancio di “Ocean in Google Earth”, l’ultima invenzione per nuotare negli abissi  marini dal proprio divano casalingo.
La corporation Jacques Custeau, la Bbc ed altri centri scientifici di studi biologici e marini supportano il software arricchendolo con speciali, dossier, immagini ad alta risoluzione e contenuti vari, tutti – al solito, ma lo ribadisco – scaricabili gratuitamente, come lestensione del programma stessa.

E, come è ormai è sempre più politica condivisa non solo da Google, ma anche dalla comunità scintifica internettiana, la scienza e la conoscenza si mettono a disposizione di tutti, permettendo ad ognuno di noi di accedere alle meraviglie nascoste che le terre e le acque ci riservano.

Insomma, al solito, la cara, amata Google legge nelle menti di tutti noi G-users, regalandoci un’altra delizia per il nostro palato mai satollo. Dopo un pionieristico motore di ricerca, una visionaria casella di posta, una mappa di strade sempre pronta alla consultazione, un contenitore incontenibile di documenti, video e foto, uno spazio dove raccogliere i propri link preferiti e leggere gli articoli pescati da ogni parte del web e chissà ancora che mi sono dimenticata di elencare (e il telefonino firmato Google l’ho scordato apposta), il colosso statunitense ci sorprende ancora.
E se qualcuno osasse pensare che questo contributo sia una mera pubblicità a Google, beh, questo qualcuno ha pensato malignamente bene.

Antropologia di uno zerbino.

Da quando sono a Roma ho cambiato ben quattro case, ed ognuna di loro aveva un tappetino all’entrata dove pulirsi i piedi prima di varcare la soglia.
Gesto di igiene, sintomo di pulizia, o arcano segno rituale, in ogni casa che si rispetti vi è uno zerbino ai piedi della porta principale (e non solo) ad accogliere chiunque vi passi del tempo dentro.

Quattro case romane, quattro tappetini romani diversi, la cui forma, spessore o colore a volte cambiava, a volte somigliava, tanto che non mi ricordo le loro particolarità. Forse non sono mai stata attenta e non mi sono mai soffermata a pensare a quanto questo oggetto potesse essere prezioso e simbolico? Forse.

All’interno dello zerbino c’è una grande carica emotiva, un fortissimo senso di appartenenza radicato e legato a doppio filo con l’idea della casa stessa.
Non è strano, dopo tutte queste premesse, che ho avvertito una leggera ma pungente sensazione di spaesamento e di inadeguatezza quando mia madre ha sostituito il logoro, sottile, sbiadito e vecchissimo zerbino, al cui posto è stato messo un bellissimo tappetino alto, dai colori chiari, morbido ed accogliente.

Ed infatti la prima informazione che i miei piedi mi hanno dato, pulendosi su di lui prima di entrare in casa, è stata quella: un caldo e morbido abbraccio prima di varcare la soglia, una specie di premio per aver educatamente pensato alla salute delle candide mattonelle del pavimento di casa.

Però, dopo un paio di giorni, mentre mi avvicinavo alla porta con le chiavi in mano, non ho potuto non notare che mancava quella macchietta sgangherata ad aspettare le mie anch’esse sgangherate scarpe da ginnastica; come se mi mancasse il vecchio zerbino. Magari non è propriamente così, però mi faceva strano attarversare la porta di casa senza lo zerbino vecchio.

Non ho – appunto- mai fatto caso allo zerbino delle mie case romane perchè non le ho mai considerate come “casa”, nel senso antropologico della parola. Forse il piccolo trauma subìto da me è solo dato da una prima esperienza (lol), ma sono sicura che anche mia sorella ha avvertito questo piccolo disagio.

E non siamo pazze! E se lo siamo, beh, pazienza; a me manca il vecchio zerbino. E’ come se la casa dove sono cresciuta avesse perso un pezzettino di quella che era, come se fosse un po’ di meno casa mia, ancora una volta, come ogni volta che torno a casa e trovo mobili e disposizioni degli oggetti diversi.

Certe cose non cambiano mai, ma questi segnali mostrano che è davvero così, che quella casa è e sarà sempre la mia casa, ma lo sarà sempre di più un pochino di meno, piano piano, senza dolore. E’ normale, e fisiologico, ma come i genitori non accettano spesso che i propri figli crescano, io amo così tanto la mia casa che non accetto facilmente l’idea che la mia futura casa non avrà mai alcune cose che ho lasciato in quella natale, o che – magari – si sono perse, tranne che nei nostri ricordi.<!– –>

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